Il giro in bici, e il senso di colpa (grazie mamma)

Domenica scorsa abbiamo deciso di fare una scampagnata in bici fuori Yangon. La organizza un australiano, un tale Jeff. E’ un uomo sulla sessantina, che è arrivato in Myanmar 25 anni fa e non se n’è più andato.

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Jeff- l’australiano

Sveglia alle 5 e mezza, alle 6 e mezza siamo al negozio di bici/ B&B che organizza i tour (Bike World), alle 7 e mezza partiamo. Faremo 30 km, non troppo difficili, non troppo facili (cioè che un minimo allenato lo devi essere).

Ci mettono in un furgone, nel retro. Le bici sono in un altro furgone. Si sta un pò stretti, e per la prima volta fa un pò freddo, perché il furgone è tutto aperto. C’è la nebbia. Sembra un pochino di stare a Milano. E non pensavo che l’avrei mai detto in vita mia, ma un pò mi mancava. La nebbia e il freddo, non Milano.

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Siamo un bel gruppo. Ci siamo io, Fulvione (che sembrava uscito dagli anni ’80, calzettoni, panta attillati, occhiali tondi- gli mancava solo una bianchi azzurra con il cambio sul telaio ed era pronto per l’eroica, poi lo vedete), Marghe, Alessia, Albertino, Pascal e Marco. C’è qualche americano, c’è un signore indiano, sui 50, in jeans e camicia (si cambierà, speriamo).

Ci vuole un’ora per arrivare al posto. Fulvione mette il cronometro (perché dice che gli piace sapere quanto manca), e a un’ora e un minuto inizia a lamentarsi che non siamo ancora arrivati. E inizia con le domande. E Fulvione quando inizia con le domande non la smette più.

Arriviamo, 20 minuti in ritardo. Anzi, dopo 19 minuti di lamentele. Ci fermiamo in un tea shop, un ristorantino (non so come mi sia venuto ristorantino, direi più una struttura in lamiera con delle sedie di plastica) tipico in mezzo alla campagna. Riso, uovo poco cotto, the, e preghiere che non ti venga lo squaraus (termine tecnico) mentre sei in bici.

Dopo colazione ci danno le bici, e partiamo. Sono delle belle bici, delle trek. Tempo 5 minuti e siamo felici come dei bambini. I paesaggi sono splendidi, la bici è bellissima, le strade sono belle, ma anche un pò tortuose (nelle foto sembra tutto piano e ben tirato, ma non era sempre così). In mezzo alla natura, finalmente. Passiamo in mezzo a dei villaggi, con i ragazzini che vengono sulla strada e scuotono la mano e ti salutano mentre passi. Mingalaba, urliamo anche noi.

Ogni tanto ci fermiamo, beviamo (arrivato il caldo) e aspettiamo l’indiano, sempre ultimo (purtroppo non si è cambiato).

A metà giro ci fermiamo e facciamo il bagno in un lago. E qui, posso dirlo senza esagerare, poteva finire in tragedia. Arriva l’indiano, dopo 15 minuti, tutto stanco. Non sa nuotare, scopriremo dopo. Vuole solo rinfrescarsi, ma scivola e finisce nel lago, che è subito profondo. All’inizio nessuno se ne accorge, ma dopo un pò Pascal (l’eroe nella foto sotto), lo vede, gli nuota incontro alla velocità della luce, e letteralmente lo tira fuori dall’acqua per i capelli. Io vedo la scena da lontano, da una sponda. Fulvione accorre come CJ in Baywatch, si toglie la maglietta correndo, e aiuta Pascal e Marco a tirarlo fuori dall’acqua. Sembrava un film. Gli chiediamo se va tutto bene. E’ esausto, il malcapitato, e decide di tornare ai furgoni in motorino, e uno delle guide si accolla la sua bici.

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Pascal, l’eroe

Noi finiamo il giro. Salite. Discese, stradine, terra in bocca e negli occhi. Bellissimo.

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Alessia che fa prendere aria alle Pluce (la pelle sotto le braccia, quella che si muove)

Arriviamo ai furgoni, l’indiano sta bene, gli facciamo qualche domanda, ma non sappiamo bene come comportarci per non metterlo in imbarazzo. Forse lo lasciamo un pò solo.

Mangiamo nel tea shop di prima, questa volta più tranquilli. Nessuno squaraus. Shan noodles.

Torniamo in città, dormienti.

La sera chiamo mia mamma e le racconto la storia e il giro. Mi inizia a dire “povero indiano, ma gli avete chiesto se sta bene? Lo avete rincuorato dopo? Ma magari è solo, non sapeva cosa fare. Ma l’avete invitato a bere una birra dopo? Invitatelo a cena, magari ha solo bisogno di amici”. Quando c’è da farmi sentire in colpa, ci riesce benissimo. In realtà ci avevo pensato anche io, ma non sapevo bene che fare.

Ed ecco allora che è arrivato il senso di colpa. Quello che stringe un pò il cuore. Ha ragione, avremmo dovuto.

Come faccio, a farlo passare, e a riguadagnarmi almeno il purgatorio?

Mi consulto con Marghe.

Idea: scrivo a Jeff, che fortunatamente ha il suo numero. Gli scrivo. Mi risponde. Mi aggiunge su facebook. Mercoledì andiamo a cena, tutti assieme.

Sarà un pò egoista, ma il senso di colpa se n’è andato.

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3 Comments

  1. Grandissimo amore! E brava la mamma….ti avrei fatto sentire in colpa anche io comunque se ti consola. Il giro mi è sembrato un sogno….molto bene. Bacissimi

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  2. diffidate dell’indiano. E’ certamente un maniaco. Ha fatto tutto per inserirsi nel vostro gruppo (e ci è riuscito). Sicuramente mira a Marghe.
    Comunque pare sia stato finalista di 100 stile libero ai giochi del Jaippur

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